


Quando, il 7 ottobre del 2006, Anna Politkovskaja, fu assassinata, nell'ascensore di un anonimo palazzo moscovita, rimasi scioccato. Ricordo che ne scrissi sul mio blog, nel quale mi occupo solitamente di narrazione. Anna era morta. Una luce si era spenta con 4 colpi di Makarov in pancia e in testa.
La brutalità di una democrazia travestita, per la quale i sovietologi hanno coniato il termine democratura, aveva parlato.
Dal canto mio, ancora non sapevo che, solo tre anni dopo sarei entrato in quell'ascensore, al numero 6 di Lesnaja Ulitza, che avrei parlato con le persone più intime di Anna. E avrei ripercorso alcuni dei suoi percorsi alla ricerca di un senso, malgrado le domande che si moltiplicavano nel mio cranio.
Ho trascorso quasi due anni tra Ucraina, Russia e Siberia, per cercare di capire, registrare. Cosa era stata l'Unione Sovietica? Come si era vissuta questa esperienza durata oltre settant'anni e soprattutto cosa aveva lasciato oggi agli attoniti abitanti che incontravo per le sue strade innevate?
La grande madre Russia con cui sono cresciuto, nei ricordi letterari di famiglia (non è un caso che mi chiami Igor), oggi regala un destino plumbeo a chi si occupa di diritti umani, a chi non accetta verità preconfezionate.
Ha lasciato il suo posto a quello che Ryszard Kapuściński chiama il grande Mistero Russo. Che rimane comunque quasi impenetrabile per noi occidentali.
Ma era poi vero tutto questo? L'Homo Sovieticus era diventato, suo malgrado, leggenda? Materiale inclassificabile, uomo alieno a ogni regola conosciuta?
Preso casa in Ucraina cominciai a viaggiare in compagnia dei miei quaderni da disegno, e man mano si faceva sempre più chiara la necessità di un'immersione nel continente russo. Si faceva sempre più strada anche la necessità di intuire cosa avesse rappresentato per questa terra sterminata il paese dei ghiacci. La terra del tormento e delle nostalgie lancinanti, che conservava memoria di milioni di deportati, sto parlando naturalmente della Siberia.
Così è nato questo libro, un libro di storie di persone piccole, che attraverso il racconto mi hanno aiutato a cercare di dipanarlo, questo mistero russo.
Ho incontrato persone, comuni non eroi, persone piccole e modeste il più delle volte scolpite dal dolore.
Ho letto documenti, trovato confessioni che divorano le coscienze in erba dei giovani militari russi di stanza in Cecenia. Credo di aver forse capito il "tenere il punto" di Anna, il non retrocedere di un passo, neppure davanti all'orrore. Riceveva molte lettere di questo tenore, lettere di soldati che semplicemente non ce la facevano.
Cecenia, la guerra dimenticata, il Caucaso, questione interna russa, genocidio coperto dal silenzio di un occidente ipocrita.
Nel mio piccolo infinitesimale ho cercato di raccontare questi brandelli di esistenza attraverso il disegno e le parole.
Perché la scintilla scoccò al mio arrivo a Mosca, il 19 gennaio 2009, a 5 minuti in linea d'aria dal Cremlino, dove mi trovavo. Quando con un colpo alla nuca furono assassinati l'avvocato, e amico di Anna Politkovkaja, Stanislav Markelov e Anastasia Baburova, stagista della Novaja Gazeta, il giornale che pubblicava i reportage di Anna.
Il killer che si allontana in metropolitana, con passo calmo, sotto lo sguardo di tutti, è qualcosa di effettivamente inclassificabile per un uomo occidentale.
Sono un uomo semplice, cui è stato dato in sorte di disegnare storie. Non avrei mai pensato un giorno di trovarmi tanto lontano da casa, a cercare di capire cosa fosse questo strano Mistero Russo.
Poi certo, Parajanov, il grande regista giorgiano di origine armena, allievo spirituale di Pierpaolo Pasolini. Arrestato e deportato per quasi cinque anni in Siberia. Il suo crimine? Non avere aderito ai canoni del realismo socialista.
Le esistenze che si sbriciolano in Siberia, una rieducazione che confina con la dissoluzione. Parajanov fu salvato dal disegno, dai piccoli disegni che tracciava in ritagli di carta, fondi di sacco, buste, retro di documenti. Le scartoffie (makulatura) che detestava con tutte le sue forze e che gli permisero di preservare il tesoro più prezioso, il proprio mondo interiore, poetico e visionario. E così lui, dopo anni, nelle interviste che gli facevano, dichiarava sornione che quella esperienza terribile lo aveva forse purificato, cosi gli dicevano i suoi familiari, e di sicuro gli aveva regalato materiale per cento romanzi, che intendeva scrivere, e dieci film, e due commedie che si accingeva a dirigere.
In compagnia dei suoi film, nei lenti giorni di viaggio ho attraversato in treno il cuore della Siberia e forse compreso un poco della meravigliosa disperazione russa.
